Megalopoli futuristiche, fanghi post-atomici, rovine urbane. Questi i soggetti del lavoro che Giacomo Costa ha sviluppato a partire dai primi Agglomerati che rappresentarono nel 1996 il suo esordio nel mondo dell’arte. Da allora ogni opera creata da Costa è andata a comporre un immaginario che utilizza il fascino dei paesaggi, e della loro innegabile respingente bellezza, per sviluppare una riflessione sull’effetto che l’azione umana produce sul pianeta che abitiamo.

Che fossero costruzioni minimali, come i monocromi Orizzonti del 1999 e i lisergici Landscape del 2012, metropoli impazzite e inspiegabili come gli Atti del 2006, foreste nelle quali una natura vendicativa si riappropria dello spazio come nei Gardens esposti alla Biennale del 2009, fino ad oggi le opere di Costa erano istantanee che fermavano gli avvenimenti nel momento stesso in cui avvenivano. Stava a noi, spettatori affascinati ed attoniti, immaginare un prima e un dopo.
Fino ad oggi…

Dopo una lunga ricerca, tecnica e formale, nel 2018 vede luce il progetto TIME(e)SCAPES.
Si tratta di videobox – così li definisce l’artista fiorentino secondo un neologismo che mette insieme i lightbox tanto usati nell’arte contemporanea e i videomonitor -, nei quali l’immagine perde la sua staticità per svilupparsi nel tempo. Una rappresentazione fatta di frames che a uno sguardo distratto potrebbe sembrare una normale fotografia, ma che, impercettibilmente, cambia attimo dopo attimo, stravolgendo, con il lento passare del tempo, il soggetto che diventa altro.
Quindi finalmente Costa ci svela come sono nati e cosa diventeranno quei suoi mondi così diversi eppure a volte così familiari?
No.
Non questa volta.

Le città crollano, le montagne si alzano dal nulla ma in realtà niente cambia veramente. Quando tutto sembra mutato, lentamente, così come era accaduto l’immagine ritorna come era. Gli iceberg si sciolgono, i mari si placano, ritornando al punto di partenza, per poi ricominciare. Ci accorgiamo di non essere spettatori di un racconto che partendo da un inizio ci conduce ad una fine ma prigionieri di un loop. Una sorta di sogno, o di incubo forse, dal quale non è possibile uscire. Ritrovando quella sensazione composta da un misto d’impotenza e irragionevole attrazione, che proviamo di fronte agli eventi che non riusciamo a controllare perché troppo grandi per noi piccoli esseri umani.
Anche questa volta Costa non propone soluzioni e risposte, ma utilizza la sua capacità di costruire immagini terribili e affascinanti per provocare inquietudini che stimolino interrogativi. Le risposte non competono ne a lui ne a ciascuno di noi singolarmente, ma devono obbligatoriamente essere collettive. Sperando che ci portino nella direzione giusta.