CARTE D’IDENTITÀ

Quattordici artisti, alcuni storicamente rappresentati dalla Galleria, altri alla loro prima apparizione genovese, ai quali è stato chiesto di presentare lavori di piccole dimensioni realizzati utilizzando la carta.

Per ciascuno di noi, artisti e no, le prime esperienze creative sono legate a un foglio di carta. Non esiste individuo che non abbia pasticciato con matite e pastelli, a volte ancora prima di imparare a comporre delle frasi compiute. Il motivo è semplice e molto banale: in ogni casa si può trovare un foglio bianco con cui sperimentare e giocare. Se il risultato non ci soddisfa basta gettarlo e ricominciare.

Crescendo quelli che hanno sentito l’esigenza di continuare a comunicare visivamente sono diventati artisti, i progetti sono cresciuti con loro attraverso l’utilizzo di materiali e tecniche più complessi e costosi. La carta rimane il supporto su cui provare le prime idee, quelle che diventeranno opere compiute e quelle che invece rimarranno chiuse in un cassetto.

Carte d’Identità nasce dalla volontà di aprire quel cassetto cercando di far uscire la parte più nascosta e intima di ciascuno degli artisti. Non le opere più ambiziose e forse neanche le più importanti, ma quelle che raccontano in maniera più diretta e sincera la personalità e l’identità di ogni autore. Il risultato è una mostra eterogenea e sorprendente che avvicina lavori realizzati con tecniche inconsuete ad altri più tradizionali, ma non per questo meno interessanti.

  • 2501 è nato a Milano nel 1981. Ha realizzato murales e installazioni in tutto il Mondo.
  • Karin Andersen digital artist, videomaker e pittrice è nata in Germania nel 1966. Vive e lavora a Bologna.
  • Andrea Chiesi è nato a Modena, dove vive e lavora, nel 1966. Dipinge paesaggi urbani e spazi industriali abbandonati, utilizzando l’olio con estrema lentezza e precisione.
  • Vania Comoretti è nata nel 1976 a Udine, dove vive e lavora. I suoi disegni a china e acquerello indagano la superficie del corpo umano come fosse una mappa emotiva dell’inconscio.
  • Giacomo Costa è nato nel 1970 a Firenze dove vive e lavora. Crea paesaggi digitali che si interrogano sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente.
  • Fausto Gilberti è pittore, disegnatore e illustratore. Vive e lavora a Brescia dove è nato nel 1970.
  • Davide La Rocca è nato a Catania, dove vive e lavora, nel 1970. La sua ricerca pittorica è influenzata dalla filologia della visione.
  • Alice Padovani è nata nel 1979 a Modena, dove vive e lavora. Realizza installazioni vegetali, assemblaggi entomologici e performance con insetti vivi.
  • Alessandro Papetti è nato nel 1958 a Milano dove vive e lavora. Attraverso il gesto pittorico crea dinamici e imponenti paesaggi urbani.
  • Leonardo Petrucci è nato a Grosseto nel 1986. Il rapporto tra arte e alchimia è l’ambito che caratterizza la sua ricerca. Dal 2012 lavora nel suo studio presso il Pastificio Cerere a Roma.
  • Alex Pinna è nato a Loano nel 1967. Vive e lavora a Milano. La corda, il bronzo, il marmo, la resina, il piombo sono alcuni dei materiali che utilizza per le sue opere.
  • Nicola Toffolini, artista, performer e designer, è nato a Udine nel 1975. Vive e lavora tra Firenze e Udine.
  • Alberto Zamboni è nato a Bologna, dove vive e lavora, nel 1971. Utilizza la pittura come strumento per una ricerca atmosferica.
  • Corrado Zeni è nato nel 1967 a Genova, dove vive e lavora. Uomini e donne persi in ambienti indefiniti sono al centro della sua ricerca pittorica.

Contemporaneamente prosegue, con una selezione di opere allestite negli spazi del basement, la mostra

GIACOMO COSTA – TIM(E)SCAPE

Megalopoli futuristiche, fanghi post-atomici, rovine urbane. Questi i soggetti del lavoro che Giacomo Costa ha sviluppato a partire dai primi Agglomerati che rappresentarono nel 1996 il suo esordio nel mondo dell’arte. Da allora ogni opera creata da Costa è andata a comporre un immaginario che utilizza il fascino dei paesaggi, e della loro innegabile respingente bellezza, per sviluppare una riflessione sull’effetto che l’azione umana produce sul pianeta che abitiamo.

Che fossero costruzioni minimali, come i monocromi Orizzonti del 1999 e i lisergici Landscape del 2012, metropoli impazzite e inspiegabili come gli Atti del 2006, foreste nelle quali una natura vendicativa si riappropria dello spazio come nei Gardens esposti alla Biennale del 2009, fino ad oggi le opere di Costa erano istantanee che fermavano gli avvenimenti nel momento stesso in cui avvenivano. Stava a noi, spettatori affascinati ed attoniti, immaginare un prima e un dopo.
Fino ad oggi…

Dopo una lunga ricerca, tecnica e formale, nel 2018 vede luce il progetto TIME(e)SCAPES.
Si tratta di videobox – così li definisce l’artista fiorentino secondo un neologismo che mette insieme i lightbox tanto usati nell’arte contemporanea e i videomonitor -, nei quali l’immagine perde la sua staticità per svilupparsi nel tempo. Una rappresentazione fatta di frames che a uno sguardo distratto potrebbe sembrare una normale fotografia, ma che, impercettibilmente, cambia attimo dopo attimo, stravolgendo, con il lento passare del tempo, il soggetto che diventa altro.
Quindi finalmente Costa ci svela come sono nati e cosa diventeranno quei suoi mondi così diversi eppure a volte così familiari?
No.
Non questa volta.

Le città crollano, le montagne si alzano dal nulla ma in realtà niente cambia veramente. Quando tutto sembra mutato, lentamente, così come era accaduto l’immagine ritorna come era. Gli iceberg si sciolgono, i mari si placano, ritornando al punto di partenza, per poi ricominciare. Ci accorgiamo di non essere spettatori di un racconto che partendo da un inizio ci conduce ad una fine ma prigionieri di un loop. Una sorta di sogno, o di incubo forse, dal quale non è possibile uscire. Ritrovando quella sensazione composta da un misto d’impotenza e irragionevole attrazione, che proviamo di fronte agli eventi che non riusciamo a controllare perché troppo grandi per noi piccoli esseri umani.
Anche questa volta Costa non propone soluzioni e risposte, ma utilizza la sua capacità di costruire immagini terribili e affascinanti per provocare inquietudini che stimolino interrogativi. Le risposte non competono ne a lui ne a ciascuno di noi singolarmente, ma devono obbligatoriamente essere collettive. Sperando che ci portino nella direzione giusta.